Un futuro Musiche ribelli rock esterofilo?

lucaA quattro mesi dalla sua uscita, il portale “L’isola che non c’era” è tornato sull’ultimo disco di Luca Carboni intitolato Musiche ribelli con lo stesso autore, che racconta gli spunti e le esigenze che hanno dato vita a un album di cover quantomai biografico e “formativo”.Tanti spunti interessantissimi tra i quali certamente,l’idea di un secondo disco di cover rock di grandi band straniere come i Clash o i Ramones.L’intervista risale a pochi giorni fa.

“Musiche ribelli” è un disco che potrebbe sorprendere chi ti segue da anni, abituato a un Luca Carboni se non propriamente in versione cantautoriale, per lo meno molto personale, sia per quanto riguarda la tua idea di canzone, sia per la tua visione del mondo. Come mai ti sei “impossessato” di queste dieci canzoni altrui?
Innanzitutto questo disco lo considero una parentesi all’interno della mia scrittura personale, nella quale ho ripescato queste dieci voci che mi erano famigliari. La realtà è che queste dieci canzoni si erano impossessate di me già tanti anni fa. Nel senso che io sono il quarto di cinque figli e avendo in casa un fratello e una sorella più grandi di me che ascoltavano questi cantautori e i loro dischi quando io avevo undici-dodici anni, le loro canzoni sono diventate voci che io sentivo come mie, che si andavano ad aggiungere a quelle della mia famiglia in senso stretto. In quel periodo stavo già studiando musica e pianoforte – musica classica, quindi – e forse l’aver avuto nelle orecchie anche queste voci cantautoriali mi ha spinto a scrivere canzoni a mia volta, mi hanno spinto a coltivare una vocazione alla scrittura. Più avanti, quando sono cresciuto, oltre che ad apprezzarne la musica, ho cominciato ad analizzare i testi, per coglierne anche i messaggi più profondi. Devo, però, aggiungere che non ho mai amato molto la dimensione delle cover. Già quando attorno ai quattordici anni ho fondato la mia prima band, spingevo sempre gli altri membri a impegnarsi per proporre musica che fosse nostra, musica originale che fosse il frutto della nostra creatività. Ma oggi, in questo particolare momento storico, ho pensato che potesse essere interessante rimettere in circolo queste voci di autori che, nonostante siano stati e siano molto famosi, non sempre sono ricordati. Sono canzoni che nemmeno allora erano state molto adatte alla radio, perché non ne avevano i tempi, perché erano più “difficili”, e sono canzoni che oggi non si sentono più tanto. I dischi da cui ho tratto questi brani sono quelli che io vado ancora a riascoltare adesso di tanto in tanto, e mi rendo conto di quanto siano ancora validi e attuali. Oggi queste canzoni sono slegate dal tessuto socio-politico degli anni settanta in cui sono nate, ma hanno dentro ancora dei messaggi che possono stimolare la mia e la nostra riflessione sul mondo che viviamo. In particolare, le canzoni che ho scelto, oltre a essere canzoni che mi piacciono molto, sono canzoni che mi servivano per costruire un racconto che si sviluppa in tutto il disco.

Tutte le canzoni di “Musiche ribelli” hanno dei testi molto profondi e impegnati, e forse sembrano un po’ lontane da quella che è la tua “immagine pubblica”, quella di un Luca Carboni, se mi passi il termine, “giovanilistico”. Lo dico tenendo in considerazione anche l’impatto commerciale dei tuoi dischi. Queste canzoni sembrano cozzare con la tua immagine o mi sbaglio?
Può darsi. Però credo che questo disco, con questa scelte di canzoni, faccia un po’ capire perché nella mia discografia c’è un album come “Persone silenziose”, oppure certe canzoni come Inno nazionale, giusto per citarne una. E in più mi sembra che facciano chiudere il cerchio, facendo vedere da dove sono partito per percorrere la mia strada di autore. Perché è vero che sono stato molto influenzato dal rock inglese degli anni appena successivi a quelli di queste canzoni, però il mio obiettivo è sempre stato quello di mettere insieme queste due influenze, il rock inglese e i cantautori, senza perdere una cosa per l’altra. Ho cercato di non diventare mai troppo esterofilo e continuare a mantenere sempre un piede in questa matrice italiana. Poi è vero che il mio successo è arrivato da canzoni che, più che “giovanilistiche”, direi che cercavano di uscire dal linguaggio dei cantautori. Succedeva perché in quel momento lì credevo che non ci fosse più tanto bisogno di raccontare il sociale, ma l’uomo e la persona. In qualche modo sentivo che bisognava stringere il campo dal collettivo al privato. Però non posso dimenticare questa origine, queste influenze e vorrei che anche chi mi segue, mi ascolta e mi viene a vedere in concerto, capisse da dove viene la mia spinta a scrivere canzoni, o almeno una parte di essa.

Te lo chiedevo proprio perché c’è stata una parte della critica musicale italiana che non vedeva molto di buon occhio questa tua voglia di allora di ribellarti a questa visione cantautoriale del musicista italiano.
Certo, l’ho vissuta soprattutto nei primi anni in cui ho potuto fare la mia musica. In alcune canzoni, addirittura, ho cercato di prendere in giro i cantautori. Ma dopo trent’anni di musica mi rendo conto di quanto loro mi abbiano insegnato e, soprattutto, quanto siano ancora importanti.

Ma tu ti senti cantautore?
Io mi son sempre sentito uno che era un incrocio tra un cantautore e una band, perché filosoficamente la mia storia musicale è nata con una band. Però il punto di riferimento per la scrittura delle canzoni erano e restano i cantautori e in particolare questi cantautori di cui ho rifatto le canzoni in questo disco. In realtà, quello che manca è il disco in cui faccio le mie versioni dei Clash, dei Ramones e di altri di quegli anni: così chiuderemmo definitivamente il cerchio!

E lo farai?
Non è escluso! Per adesso ho già molte idee per il nuovo disco di inediti e sto lavorando su quello. Però se decidessi di aprire un’altra parentesi fuori da me e dalla mia scrittura, l’unica altra possibilità sarebbe questa del rock di quegli anni, che ho amato tanto quanto ho amato i cantautori.

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Come vivi questo strano binomio, di cui abbiamo già un po’ accennato, di queste canzoni che come dicevi tu non erano nemmeno pensate come singoli come li intendiamo oggi e invece Luca Carboni, che è un artista che ha avuto e ha tuttora anche dei riscontri commerciali importanti?
Innanzitutto devo dire che non è che io mi sono limitato a rifare passivamente queste dieci canzoni: ho cercato di farle diventare il più mie possibili, sebbene ci abbia lavorato con Riccardo Sinigallia, che è un altro cantautore. A me sembra di esserci riuscito, nonostante, per esempio, Vincenzina e la fabbrica fosse un pezzo quasi jazz nella sua versione originale, pensata quasi solo come colonna sonora di un film di Monicelli, “Romanzo popolare”. Mi sembra di essere riuscito a farla diventare una canzone, non dico radiofonica al cento per cento, ma molto vicina al mio mondo musicale. E così mi pare che si possa dire anche delle altre canzoni.

Come sarebbe stato il disco senza Riccardo Sinigallia?
Lavorare con Riccardo è stata un’esperienza molto bella. L’ho conosciuto perché lo stimo molto come cantautore e mi erano piaciuti molto i suoi dischi. Sono stato anche a sentirlo dal vivo. Riccardo ha però anche un’importante esperienza come produttore per diverse realtà romane importanti, come i Tiromancino, Max Gazzé e Niccolò Fabi. Mettendo insieme la sua bravura come produttore e la sua sensibilità di cantautore, mi è sembrata la persona giusta per questo viaggio di analisi e reinterpretazione di canzoni che, comunque, ama anche lui. Per certi versi, Riccardo è stato praticamente un secondo autore in questo progetto di “Musiche ribelli”.

Nella nota stampa riguardo a La casa di Hilde di De Gregori a un certo punto citi John Fante. Ci sono altri scrittori che frequenti e che ti ispirano?
Io amo molto leggere, in modo istintivo e randagio, pescando un po’ di qua e di là. Non sono certo un lettore che si attenga a logiche precise per la scelta di quello che legge, però mi piacciono molto i romanzi. Oltre a Fante amo tanti altri autori, come per esempio la letteratura russa di fine ottocento, con quei romanzi anche molto pesanti. I “mattoni” mi piacciono molto! Un altro scrittore che mi piace molto è Simenon, non solo per i romanzi gialli che hanno per protagonista il commissario Maigret, ma soprattutto per i suoi romanzi noir. Insomma, diciamo che ho una biblioteca piuttosto variegata e che la alimento basandomi più che altro sul mio gusto, senza schemi.

Tra gli autori che hai scelto per questo disco ci sono due bolognesi…
In quegli anni la musica dei cantautori si divideva in quelle che venivano chiamate le scuole. Per esempio c’era la scuola genovese, che io non ho toccato in “Musiche ribelli”. E devo dire che mi dispiace. Con Riccardo avevamo provato a mettere a punto una canzone di Fabrizio De André. L’avevamo anche registrata e avrebbe dovuto essere l’undicesimo episodio del disco. Però non mi è piaciuto com’è venuta e allora abbiamo deciso di non inserirla nel disco. Ma è stata l’unica scuola tagliata fuori da questo nostro viaggio, perché oltre a Bologna con Guccini, Dalla e Lolli, sono passato per Roma con De Gregori. Ma ci sarebbe stato bene anche Antonello Venditti. C’era poi la scuola milanese di Eugenio Finardi, Roberto Vecchioni e tutti gli altri grandi cantautori di quella città. Ecco, in quegli anni a essere bolognese ti sentivi parte anche di qualcosa di importante nel panorama culturale e musicale italiano.

Ma com’è cambiata rispetto alla fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta Bologna secondo te? Dal punto di vista di uno che c’era…
Sono cambiate tante cose, però io non sono un nostalgico. Credo che la grande ricchezza di Bologna sia sempre stata quella di avere tanta gente che viene da fuori: gli studenti grazie all’Università, ma non solo. Per questo credo che nonostante qualunque legge, Bologna rimanga una città viva, perché non ha solo una popolazione che si può sedere su se stessa, ma è sempre stimolata dalla gioventù che rappresenta tutta l’Italia e non solo i figli della città.

Marco Boscolo,L’isola che non c’era.

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